06 4 / 2013

Iniziare un discorso su Filippo Minelli (Brescia, 1983) è pericoloso come una gara ad ostacoli: ad andare troppo di corsa qualcuno prima o dopo si fa male, ma del resto ci sono così tante cose da dire e da vedere che è difficile non correre per cogliere il più possibile.

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Il tentativo che qui voglio fare è mostrare il suo lavoro, dare almeno alcuni indizi di un percorso che io spero di indagare meglio in futuro. Filippo è giovane ma sono già svariati anni che crea opere dalle nature più eterogenee. Una delle caratteristiche che io apprezzo di più nel suo lavoro è la sua capacità di usare i mezzi espressivi più disparati, a seconda di quello che vuole dire, a seconda della necessità espressiva di ogni opera. Definire il lavoro di Filippo “polimaterico” è piuttosto riduttivo, dal momento che questa definizione ha a che fare soprattutto con la dimensione pittorica, io preferirei definirlo “multi-mediale”, ovvero creato attraverso l’utilizzo di diversi media espressivi.

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Sono più di tre anni che Filippo lavora ad un progetto che ha voluto intitolare Silence Shapes: si tratta di lavori realizzati con gas fumogeni colorati nei quali si mescolano suggestioni naturalistiche e politiche. L’idea è nata nel momento in cui Filippo, guardando un video di una manifestazione politica, si è reso conto di come i gas usati da manifestanti e forze dell’ordine riuscissero ad attutire il rumore della violenza tutto intorno, e che proprio essi potessero diventare, nella volatilità delle loro forme, dei loro colori, il simbolo silenzioso di una violenza marcatamente politica che spesso si pone in un orizzonte repressivo nei confronti del cittadino. Inserire il gas fumogeno all’interno di contesti naturali o urbani può far assumere a quell’emblema volatile diversi sensi, il luogo dell’azione conta tanto quanto l’azione e tanto quanto la testimonianza che dell’azione rimane.

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La natura incontaminata di un bosco raccoglie il fumogeno come l’intrusione dell’artificiale e quindi come un atto violento, pur nella bellezza auratica che l’immagine di questa intrusione ci suscita, ma è anche a mio avviso il contesto in cui il fumogeno può rappresentare la necessità di una libertà espressiva che il sistema blocca. Violenza e libertà mi pare qui possano considerarsi compagne di viaggio. Filippo non ama spiegare le sue opere, perché è convinto esse parlino da sole, non ama l’arte autoreferenziale perché per lui l’arte è espressione del contesto in cui  essa nasce.

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In lui è forte l’interesse per i luoghi e per i cortocircuiti che geografia e politica (ambientale, economica, sociale…) possono creare nei loro matrimoni sbagliati, e questa preoccupazione si mostra senza paura nei suoi lavori, che spesso si vestono di un’ironia che gli appartiene anche nella vita quotidiana. È questo il caso di lavori come Google World o Contraddictions_Ongoing, serie in cui il linguaggio e la realtà virtuale creata dai  social network e dai sistemi di comunicazione informatizzati si pone come forza creatrice di una estraniazione del soggetto dal contesto reale in cui vive, esemplificato da Filippo sia tramite lo scarto tra il nome del social network (e l’ossimorica virtualità che esso evoca) e la realtà ambientale difficoltosa in cui esso è inserito, sia tramite l’ironico cortocircuito che nella serie Google World indicizza ogni luogo e ogni esperienza come parte di un sistema gerarchizzato di ricerca informatica, in contrasto con la tangibilità dei luoghi e delle persone che fanno da soggetto all’operazione.

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Spazio, geografia, politica, economia e cultura sono a mio avviso parole chiave che nei lavori di Filippo non possono essere divise. I suoi lavori sono politici nel senso forse più sano che il termine può avere: ciò che importa non è dare risposte oracolari, ma fare in modo di porre i problemi giusti e renderli evidenti. Quello che l’artista deve fare non è auto-assumere il ruolo di vate, ma quasi di indicatore ipersensibile e critico inflessibile delle contraddizioni che i nostri occhi spesso fingono di ignorare. 

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Emblematici  sono  gli interventi  Regardéz- Moi del 2004, realizzato sulla facciata di un piccolo grattacielo costruito a Brescia e abbandonato all’incuria e al degrado,  e Ctrl­­+alt+delete , realizzato al checkpoint di Qualandyia in Palestina nel 2007.

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È un modo di metterci di fronte ai problemi di una società che cerca di azzerare il nostro spirito critico, di attutire la nostra intelligenza nei confronti del contesto in cui viviamo, di metterci davanti agli occhi il velo delle menzogne mediatiche prodotte per mascherare l’incapacità della nostra cultura di creare felicità vera. La Democracy funziona male come tutto il resto.

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  1. tizianaravelli posted this